
EDITORIALE N. 1/2010
di Alarico Mariani Marini
L'indipendenza dell'avvocato è una condizione imprenscindibile perché egli possa svolgere, in modo coerente alla funzione, i compiti che gli ordinamenti costituzionale e comunitario gli assegnano.
Sono i compiti indicati nel preambolo del Codice di deontologia degli avvocati europei del 1988 e in quello del Codice deontologico forense italiano, richiamati nelle raccomandazioni del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo, e sanciti dai principi delle NN.UU. sul ruolo degli avvocati.
E' infatti evidente che "la salvaguardia dei diritti dell'Uomo nei confronti dello Stato e degli altri poteri", come recita il Codice di deontologia del CCBE ed ora anche l'art. 7 del Codice deontologico forense, può essere realizzata dall'avvocato soltanto a condizione che rispetto a tali poteri egli difenda la sua piena indipendenza.
In astratto nessuno mette in dubbio che debba essere così, in concreto non sempre è così, ed oggi l'immagine che l'avvocatura proietta nell'opinione pubblica attraverso le cronache quotidiane trasmette il messaggio che così non è.
di Fabio Amici
Il prossimo 18 dicembre si terrà a Firenze l'incontro di Sudio "La donna nell'Avvocatura", organizzato dalla Scuola Superiore e dalla Fondazione per la Formazione Forense dell'Ordine degli Avvocati di Firenze in collaborazione con la Commissione Pari Opportunità del C.N.F., con l'Ordine degli avvocati di Firenze, la sezione toscana dell'AIA e con il patrocinio della Consigliera di Parità della Regione Toscana.
L'incontro si propone di analizzare e discutere i principali problemi che ostacolano la piena attuazione del principio di pari opportunità nel contesto professionale, nel quale gli avvocati al femminile registrano un deficit di reddito, di rappresentatività e di ruolo, dovuto prevalentemente alla difficoltà di conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro.
E' noto, infatti, come, a partire dagli anni Ottanta, periodo di boom delle iscrizioni alle facoltà giuridiche che ha coinciso con l'apice del processo di "de-istituzionalizzazione" del lavoro femminile (dai luoghi privati e domestici), si è aperta la fase della cd "femminilizzazione dell'avvocatura".
Le donne, infatti, si iscrivono in sempre maggior numero a Giurisprudenza e successivamente agli Albi degli Avvocati, e, seppure con estrema lentezza, hanno cominciato a far parte dei Consigli dell'Ordine; ciò nonostante i dati relativi alla formazione post-lauream ed all'accesso a ruoli di preminenza in campo accademico e delle professioni giuridiche (di magistrato, notaio ed avvocato) segnano un evidente ridimensionamento del vantaggio femminile.
EDITORIALE N. 4/09
di Guido Alpa
In un saggio pubblicato alcuni anni fa Stefano Rodotà aveva modo di osservare che "la dimensione dei diritti (...) ci appare al tempo stesso fondativa e fragilissima, perennemente insidiata da repressioni e restaurazioni, tese a cancellare o limitare proprio l'insieme degli strumenti che dovrebbero garantire al cittadino le massime possibilità di sviluppo autonomo" (Libertà e diritti in Italia dall'unità ai giorni nostri, Roma , 1997, pp. 7-8).Questa osservazione formulata più di dieci anni fa, riguardava la situazione italiana di allora, ma era estensibile anche alla situazione di molti altri Paesi; ed è purtroppo ancora attuale.
L'assunto di Rodotà si fonda su tre premesse condivise nella cultura giuridica odierna : che, (i) a differenza di quanto ritengono i razionalisti, il processo dei diritti fondamentali non è lineare né in progressiva espansione, ma osserva un andamento sinusoide, si espande e si restringe, a seconda dei luoghi e delle fasi storiche; (ii) a differenza di quanto ritengono i realisti, i diritti fondamentali non hanno rappresentato l'espressione della classe borghese, ma si sono radicati soprattutto negli Stati pluriclasse; (iii) a differenza di quanto ritengono alcuni politologi, i diritti fondamentali non sono la cifra del livello di democrazia di una società ma l'essenza stessa della democrazia.
Editoriale n. 3/09
di Alarico Mariani Marini
In quale tipo di società l'avvocato eserciterà la professione nei prossimi decenni? Non si tratta soltanto di sottolineare il dovere di prevedere almeno il futuro immediato per il legislatore, il quale sta esaminando le proposte di riforma della legge professionale nelle quali sembra emergere molto passato e poco presente.
L'interrogativo è invece ineludibile per gli avvocati impegnati in quel settore nevralgico per il futuro della professione forense rappresentato dalla formazione iniziale dei giovani laureati.
Dovrebbe essere ormai dato acquisito che formare il giovane che è in procinto di fare ingresso negli albi non significa riproporre una didattica di tipo universitario e nemmeno limitarsi ad una contingente preparazione a superare l'attuale anacronistico esame di Stato, ma dotarlo di quella maturità, abilità e responsabilità indispensabili per assolvere compiti complessi con elevati livelli di qualità e di correttezza nella futura attività.
In quale società sarà chiamato ad operare rappresenta pertanto un requisito prospettico indispensabile per una professione la cui caratteristica essenziale è la sua compenetrazione in un tessuto sociale ed economico in rapida evoluzione.
Editoriale n. 2/09
di Alarico Mariani Marini
Il problema dei giovani che intendono accedere alla professione esiste ed è di particolare complessità.
Nella sessione di esame di avvocato 2007/2008 i praticanti iscritti sono stati 46.143, dei quali 41.000 hanno partecipato alle prove.
Si tratta di laureati che avevano già compiuto il biennio di pratica, cosicché il numero non comprendeva i laureati nel corso del precedente biennio; considerando il numero annuo di laureati in giurisprudenza, e tenuto conto che nell'ultimo anno si è registrata una flessione del numero dei praticanti iscritti al registro, si può stimare che al dicembre 2008 almeno 60.000 giovani fossero in lista di attesa per l'avvocatura.