
Sulla effettività della condizione di indipendenza dell'avvocato, sulla commistione di ruoli politici, istituzionali e professionali, sulla consuetudine invalsa di frequentare le anticamere del potere, è quindi necessaria una riflessione all'interno della professione, considerate anche la situazione eticamente non esaltante che sta vivendo il paese e la crisi dei ruoli in atto nella società "liquida" dominata dall'economia e dal mercato.
L'indipendenza dell'avvocato è inoltre speculare all'indipendenza della magistratura, che è ordine autonomo e indipendente da ogni potere (è scritto all'art. 104 della Costituzione, ma è bene ripeterlo).
I due ruoli, pur su piani diversi, concorrono all'attuazione della giurisdizione e del principio del giusto processo che è la condizione per la tutela effettiva dei diritti fondamentali.
Difendere l'indipendenza della magistratura significa quindi anche dare effettività all'indipendenza dell'avvocatura.
Sorprende quindi l'applauso con il quale, anche in recenti occasioni, platee di avvocati hanno accolto giudizi di politici non sempre trasparenti rispetto a quei principi costituzionali.
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In verità non è sempre stato così; vi sono precedenti di segno diverso, purtroppo lontani.
Un esempio: 1973, Perugia. Al Congresso Nazionale degli Avvocati alcuni vertici della magistratura e dell'avvocatura e un ottuagenario Alfredo De Marsico propongono una condanna del cosiddetto "giudice politico" (si trattava in particolare del nuovo giudice del lavoro) sulla quale ottenere l'adesione della massima assise dell'avvocatura. Il disegno fallisce per la vivace reazione della platea congressuale e di ciò la stampa darà resoconti di inusuale ampiezza. Al Congresso Natalini Irti, uno dei relatori, interviene sul ruolo dell'avvocato e ripropone la scelta di sempre: avvocato garante o avvocato servente.
E' una scelta anche oggi attuale in ogni settore della società, alla quale ci richiama il ricordo della tragica sorte di Giorgio Ambrosoli.
La ripropone il figlio Umberto, anch'egli avvocato, in un suo libro (Qualunque cosa succeda, Sironi ed., 2009) nel quale rievoca a distanza di trent'anni la figura del padre, assassinato nel 1979 per non essersi piegato alle pressioni e alle minacce del bancarottiere Michele Sindona, favorite da protezioni, omissioni e complicità di settori istituzionali e politici collusi con la P2, con la mafia e con ambienti della finanza.
Giorgio Ambrosoli, come è noto, era un libero avvocato al quale la Banca d'Italia aveva affidato l'incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, oggetto di un disperato tentativo di salvataggio a spese dello Stato da parte del Sindona già incriminato per bancarotta negli USA.
Ambrosoli, avvocato serio e corretto, liberale di vecchio stile, aveva scelto il ruolo di "garante" degli interessi della collettività e della legalità e quindi dello Stato, ma, come ha scritto Corrado Stajano, si era trovato lo Stato nemico. Stajano, nel suo libro "Un eroe borghese" (Einaudi, 1991) aveva descritto la scandalosa vicenda politico-giudiziaria che nell'arco di cinque lunghi anni aveva visto Ambrosoli, isolato, nella indifferenza generale, in condizioni di grande difficoltà condurre a termine l'incarico con rigore, coraggio ed esemplare etica professionale sino all'esito mortale per mano di un killer pagato dal Sindona.
Ora il figlio Umberto ripercorre la tragica storia del padre incorniciandola con levità nel clima degli affetti familiari, e arricchendola di notazioni tratte dall'agenda-diario di Giorgio Ambrosoli che ci accompagnano passo passo lungo le fasi tormentate della ricostruzione delle frodi commesse dal Sindona in danno dei risparmiatori, e delle insidie e degli ostacoli disseminati dall'Italia "ufficiale" lungo il percorso commissariale, con le sole eccezioni della Banca d'Italia e dei magistrati della Procura milanese.
Colpisce, non tanto lo sfondo di complicità e indifferenza al crimine ai più alti livelli che, come nota l'autore, dopo trent'anni sopravvive immutato con la sola aggiunta di una maggiore "sfrontatezza", quanto l'isolamento totale, assoluto, compatto nel quale Giorgio Ambrosoli fu lasciato da tutti nonostante gli avvertimenti e le minacce di morte, fino alla sera in cui, solo e inerme, rientrando a casa trovò ad attenderlo la rivoltella del sicario.
Nel 1991, letto il libro di Stajano, in un articolo titolato appunto "La solitudine dell'avvocato", ci chiedevamo perchè Ambrosoli fu lasciato solo e privo di quella solidarietà che quanto meno l'Avvocatura avrebbe dovuto dargli coinvolgendo l'opinione pubblica dell'Italia sana e onesta in difesa di un avvocato indipendente e "garante" degli interessi di tutti.
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Certo, dopo l'assassinio, la figura di Ambrosoli è stata rievocata anche nell'avvocatura in molte occasioni, e di recente dal Consiglio Nazionale Forense a Roma alla presenza del figlio Umberto, ed è giusto che sia così. Ma prima?
Non si tratta di ricercare caso per caso come in singoli contesti si sarebbe potuto agire, perchè il problema è a monte, è di carattere generale, e sta tutto e interamente in quella scelta tra avvocato garante e avvocato servente.
Se si sceglie di essere garanti della società tutto ne discende facilmente, in primo luogo all'interno dell'avvocatura. Gli avvocati in grandissima parte sono cittadini che assolvono individualmente con dignità e responsabilità la loro funzione, ma l'avvocatura è un corpo composito, numeroso e vario come la società in cui si rispecchia. Vi è di tutto ed oggi, più che in passato, vi sono avvocati "serventi" che non corrono certo rischi fatali, pessimo esempio di spregiudicatezza e servilismo per i giovani e pessima immagine della professione agli occhi del cittadino.
Attorno ad essi l'indifferenza della categoria, lo sguardo svogliato di istituzioni e associazioni forensi, la comodità del conformismo e la prudente ambiguità del non compromettersi.
L'avvocatura come corpo sociale ha sempre evitato di riconoscersi in un centro di responsabilità civili ed etiche che abbia la capacità di tenere insieme le sue molte anime e dare concretezza e significato ad una sua presenza nella società. Questa mancanza è visibile nelle molte rappresentanze di categoria, troppo spesso ripiegate su interessi settoriali e gelose dei propri piccoli spazi ed anche su velleitarismi pseudo-politici, come la stravagante proposta con la quale da qualche parte si chiede di riformare la Costituzione per fare dell'avvocato un "soggetto costituzionale". Ne derivano una autoreferenzialità ed una permanente crisi di rappresentatività che sopravvivono a occasionali unità basate su precari equilibri tra contrapposte rivendicazioni.
Se, dunque, l'individualismo è regola, le virtù silenti dei singoli e le celebrazioni dell'eroismo dei colleghi Croce e Ambrosoli non sono da sole sufficienti ad esprimere una posizione "politica" indipendente in difesa dei diritti e delle libertà di tutti.
Bisogna tener conto di questo sfondo quando ci si chiede perchè l'avvocatura non reagisca nei confronti del potere, in ogni sua incarnazione, quando viola diritti umani fondamentali o sconfina nell'illegalità, e perché non riesca a proiettare sulla società una presa di responsabilità operosa sui problemi generali del diritto e dei diritti, della giustizia della legge e delle leggi ingiuste.
Questa è infatti la condizione essenziale perché la professione di avvocato nel suo insieme incarni nei fatti la sua indipendenza da ogni potere e rivesta con dignità un ruolo di "garante" nella società democratica (che non consiste soltanto nel difendere in modo tecnicamente ed eticamente corretto il cliente che ti paga), e valorizzi quel profilo pubblicistico nel quale risiede la sua specificità.
Certo, Giorgio Ambrosoli, vittima designata senza difesa, nella sua solitaria indipendenza, ha mostrato un grande e sofferto coraggio, ed un'esemplare consapevolezza dei doveri professionali e morali che tanto più rifulgono oggi in epoca di dilagante mediocrità morale e civile.
E' dunque doveroso che ciascuno dia concretezza al suo messaggio per trasmetterlo ai giovani che intraprendono la professione nelle Scuole dell'avvocatura ed anche nelle Università, ancora troppo lontane da quel diritto che si fa giustizia nei casi della vita, e per raccogliere l'anelito di speranza che anima le pagine che un figlio avvocato ha dedicato a suo padre, ma anche e soprattutto a tutti noi.